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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Redazione (del 07/09/2010 @ 10:22:16, in Cultura, linkato 8 volte)

 

A MILANO PALAZZO DELLA RAGIONE FINO AL 24 OTTOBRE 2010 UNA GRANDE RETROSPETTIVA DI FRANCESCA WOODMAN
L’esposizione ripercorre, attraverso 116 fotografie, la carriera di uno dei talenti più precoci dell’arte contemporanea.
Fino al 24 ottobre 2010, al Palazzo della Ragione di Milano si tiene la grande retrospettiva dedicata a Francesca Woodman (Denver, 1958 – New York, 1981), uno dei talenti più precoci e interessanti della seconda metà del Novecento.
L’esposizione, curata da Marco Pierini e da Isabel Tejeda, realizzata dal Comune di Milano - Cultura e da Civita, in collaborazione con SMS Contemporanea di Siena, l’Espacio AV di Murcia (Spagna) e l’Estate di Francesca Woodman di New York, presenta 116 fotografie tra cui 15 immagini esposte in esclusiva per Milano e cinque video che ripercorrono tutta la carriera dell’artista, interrottasi a soli 22 anni.
Figlia d’arte - la madre Betty è ceramista e il padre George, pittore e fotografo - Francesca Woodman cominciò a lavorare a soli tredici anni di età, con la sua prima macchina fotografica e l’uso dell’ autoscatto. Negli anni a venire, ha continuato a usare sé stessa come soggetto privilegiato delle sue foto, rappresentandosi sia in contesti domestici, con la predilezione per ambientazioni vintage e decadenti, che in mezzo alla natura, da sola o con amiche, nel vivo di azioni e performance appositamente progettate.
All’amica Sloan Rankin, che le domandava perché utilizzasse spesso sé stessa come modello, la Woodman rispondeva “è una questione di convenienza. Io sono sempre disponibile”. La frase, ironica e schietta, ci aiuta a comprendere da un lato l’aspetto dell’indagine sull’Io e sulla propria intimità che contraddistingueva la sua ricerca, dall’altro la condizione di giovane artista adolescente che negli anni Settanta sosteneva da sola i costi di produzione del proprio lavoro.
Anticipatrice di tendenze e tematiche che connoteranno l’arte contemporanea negli anni successivi ed erede della tradizione artistica occidentale dell’autoritratto, Francesca Woodman colpì la comunità artistica per la maturità e la coerenza concettuale delle opere che creò in nove anni di intensa attività.
Il percorso espositivo segue le orme tracciate dalle sue serie fotografiche più significative, che si identificano con i luoghi dove sono state create e ripercorrono i passaggi essenziali della sua biografia: una ha per scenario Boulder, nel Colorado, datata agli anni della scuola superiore; un’altra riguarda l’intenso periodo di formazione presso la Rhode Island School of Design di Providence; infine, quella che fra 1977 a 1978 venne eseguita a Roma.
New York, da una parte, e la natura incontaminata della MacDowell Colony nel New Hampshire rappresentano le fasi estreme della sua opera.
All’interno del suggestivo Palazzo verrà ricreata anche l’installazione Swan Song, realizzata da Francesca a Providence nel 1978 ed esposta per la prima volta in Italia in occasione di questa mostra. Le 5 fotografie di grande formato (circa 1 metro x 1 di grandezza) rappresentano una rottura degli schemi convenzionali che prevedevano di appendere l’opera all’altezza degli occhi. La Woodman progettò l’installazione in modo da collocarle ad altezze variabili, alcune molto in alto e altre all’altezza del pavimento, in funzione del flusso narrativo delle immagini – la “canzone del cigno” come recita il titolo - e sfruttando le caratteristiche architettoniche del contesto in un dialogo tra artista e spazio che diventa parte dell’opera.
Completano l’esposizione cinque frammenti video, parte dei pochissimi video realizzati dall’artista durante i corsi della RISD, recentemente restaurati e pubblicati dall’Estate. Testimonianza del lavoro performativo dell’artista, i video sono un utile strumento che ci mostra l’artista modella e regista al tempo stesso.
Quasi tutta la produzione di Francesca Woodman vive nel rapporto tra il proprio corpo, oggetto e soggetto degli scatti, e il proprio sguardo. Di sé non offre mai alcuna visione idealizzata, eroica, caricata di particolari significati; al contrario, la propria immagine è sempre inserita nell’universo delle cose, come fosse parte di esse.
Spesso, il corpo dell’artista si assimila con l’intonaco dei muri, gioca con la propria ombra, compare da porte e finestre, si nasconde tra i mobili e gli oggetti; la luce ne sfalda la consistenza piuttosto che esaltarla, oppure ne tornisce le forme purché siano sempre colte come frammenti, come particolari.
Uno dei tratti caratteristici e ricorrenti della sua cifra espressiva è l’assenza del volto, tagliato dall’inquadratura, o solo nascosto da maschere, dai propri capelli, da una torsione del collo o del busto, e la dimensione performativa, ben evidenziata anche dai pochi minuti dei video girati dall’artista.
Accompagna la mostra un catalogo Silvana Editoriale con saggi dei due curatori e di Rossella Caruso e Lorenzo Fusi e un ricco apparato iconografico.
Francesca Woodman nasce il 3 aprile 1958 a Denver, Colorado. Il padre George è un pittore, la madre Betty una ceramista. Tra 1965 e 1966 la famiglia Woodman trascorre un anno a Firenze, dove Francesca frequenta la seconda elementare in una scuola italiana. Rientrati negli Stati Uniti Francesca frequenta la scuola pubblica a Boulder, nel Colorado, e prende lezioni di pianoforte. Ad Andover, nel  Massachusetts, sceglie di iscriversi nel 1972 all’Abbot Academy, una scuola privata per sole donne, tra i pochi licei americani con corsi d’arte. Subisce l’influenza di una delle insegnanti, la fotografa Wendt Snyder McNeill, che ritroverà poi alla Rhode Island School of Design di Providence. A questo periodo risalgono le prime fotografie, stampate nella camera da letto trasformata in studio fotografico. Ogni estate la famiglia soggiorna ad Antella, vicino Firenze, in un casale immerso nella campagna che avevano acquistato nel 1969. Tra 1973 e 1974 frequenta ad Andover la Phillips Academy e ha come insegnante di fotografia Don Snyder, fratello di Wendy Snyder McNeill. Torna in estate ad Antella con la famiglia. Tra 1974 e 1975 frequenta la scuola secondaria a Boulder, diplomandosi nel giugno del 1975. Nel vecchio cimitero della cittadina universitaria esegue una serie di scatti che la ritraggono mentre attraversa una stele tombale. In estate torna ad Antella. Dell’estate del ’76 è un gruppo di fotografie, sempre eseguite con l’autoscatto, dove il suo corpo nudo è immerso in un paesaggio desertico. A partire da settembre frequenta a Providence un’Accademia di belle arti: la Rhode Island School of Design (RISD). Aaron Siskind è tra i suoi professori, suoi compagni e amici Sloan Rankin, George Lange e Arlene Shechet. L’appassionano le fotografie di Man Ray, Duane Michals, Arthur Felling Weegee. Risiede in un grande appartamento semivuoto nell’edificio industriale di Pilgrim Mills, dove ambienta numerose fotografie. Appartengono inoltre al primo anno della RISD le serie Depht of field, Charlie the model, Door in abandoned house, Abandoned house, Space2, Polka dots, Spring in Providence. Tra il 1977 e il 1978 è in Italia con l’amica Sloan Rankin per seguire i corsi europei della RISD che ha sede in Palazzo Cenci, nel centro di Roma. Conosce i proprietari della libreria antiquaria Maldoror, Giuseppe Casetti e Paolo Missigoi, che allestiranno la sua prima personale in Italia. Stringe amicizia con Sabina Mirri, Edith Schloss, Giuseppe Gallo, Enrico Luzzi, Suzanne Santoro. Sviluppa le serie Angels, già iniziata a Providence, e realizza le Eel series, la Serie del guanto (1977) e Self-deceit (1978). Del soggiorno romano sono anche alcuni autoscatti dove si ritrae nuda con il corpo sporcato da diverse sostanze (farina, pigmenti, gesso) che nella stampa in bianco e nero acquistano valore materico, a contrasto con la liscia compattezza dell’incarnato. Nell’autunno del 1978 torna a frequentare a Providence l’ultimo semestre della RISD e nel gennaio 1979 consegue il B.F.A. in fotografia e si trasferisce a New York.
Trascorre l’estate a Stanwood, Washington, e stampa un gruppo di fotografie di dimensioni varie e con un insolito sviluppo orizzontale, che ripropongono il tema dei corpi nudi o vestiti in comunione panica con la natura. A novembre allestisce alla Woods-Gerry Gallery (RISD) la personale Swan Song, un omaggio a Proust, del quale legge l’opera completa. Nell’intenzione di affermarsi come fotografa sperimenta anche la fotografia di moda (Fashion photographs), ispirandosi al lavoro di Deborah Tuberville, tra gli autori ai quali manda i suoi dossier. Nella primavera del 1980 lavora al Temple project, una sorta di ricostruzione della facciata dell’Eretteo, dove modelle avvolte da panneggi classicheggianti sostituiscono le cariatidi. Durante l’estate, come artista residente della MacDowell Colony (Peterborough, New Hampshire), sviluppa in alcune serie di provini a contatto il tema delle corrispondenze con gli elementi naturali: le sue braccia, rivestite di corteccia, sono rami di betulla; il suo corpo, ricoperto da tessuti fiorati, si confonde con il terreno. In questo periodo sperimenta anche le blueprints (cianografie), alcune delle quali furono esposte all’Alternative Museum di New York. Nel corso dell’anno partecipa a due mostre collettive presso la galleria newyorchese di Daniel Wolf, dove conosce i critici Peter Frank e Max Kozloff e il collezionista di opere surrealiste Timothy Baum. Nel gennaio 1981 esce l’edizione a stampa di Some disordered interior geometries (Synapse Press, Philadelphia), uno dei sei quaderni fotografici progettati durante il soggiorno romano. Il 19 dello stesso mese abbandona volontariamente la vita

 
Di Redazione (del 06/09/2010 @ 11:10:45, in Cultura, linkato 28 volte)

 

Salvador Dalí - Il sogno si avvicina - Milano, Palazzo Reale - 22 settembre 2010 – 30 gennaio 2011
Torna a Milano dopo 50 anni il genio di Salvador Dalí: a Palazzo Reale una mostra che indaga sul rapporto del grande artista spagnolo con il paesaggio, il sogno e il desiderio.
L’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano presenta a Palazzo Reale, dal 22 settembre 2010 al 30 gennaio 2011, “Salvador Dalí. Il sogno si avvicina” a cura di Vincenzo Trione. L’esposizione è resa possibile grazie alla straordinaria collaborazione della Fondazione Gala-Salvador Dalí di Figueras e si avvarrà di importanti prestiti provenienti da musei nazionali e internazionali quali la Fondazione stessa, il Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia di Madrid, il Dalí Museum di St. Petersburg in Florida, il Boijmans Museum di Rotterdam, l’Animation Research Library dei Walt Disney Animation Studios di Burbank in California, la Peggy Guggenheim Collection di Venezia, il Mart di Rovereto e i Musei Vaticani.
La mostra, promossa dal Comune di Milano – Cultura e prodotta da Palazzo Reale con 24 ORE Cultura – GRUPPO 24 ORE in collaborazione con Unipol Gruppo Finanziario e con il sostegno dell’Ente del Turismo Spagnolo in Italia, presenta oltre 50 opere di Salvador Dalí, che indagano in modo approfondito il rapporto tra pittura e paesaggio.
L’artista spagnolo ritorna così a Milano dopo la mostra personale che si svolse nell’ottobre del 1954 a Palazzo Reale, nella Sala delle Cariatidi. La stessa Sala delle Cariatidi da cui trasse ispirazione per la sede della sua casa di Figueras, oggi sede della Fondazione Gala-Salvador Dalí.
“Abbiamo di nuovo bisogno di Dalí per evadere da una condizione spesso noiosa, prevedibile. E questa esposizione ci serve proprio per fare una breccia nel conformismo culturale e trasmettere così tutto il potere della creatività. – spiega l’assessore alla Cultura del Comune di Milano Massimiliano Finazzer Flory - Perché il sogno è dentro di noi ed è una delle forme della realtà e del desiderio che l’arte racconta e attraverso le quali l’arte si racconta. Dalí a Milano è la cifra della creatività al potere o meglio del potere della creatività. Una relazione imperdibile”.
L’allestimento sarà a cura dell’architetto Oscar Tusquets Blanca, amico e collaboratore di Salvador Dalí: autore, insieme con il Maestro surrealista, della sala Mae West nel museo di Figueras e del famoso sofà Dalilips.
Per la prima volta la sala di Mae West verrà realizzata all’interno del percorso espositivo così come fu ideata dallo stesso Dalí: una sorprendente installazione contemporanea.
“Salvador Dalí. Il sogno si avvicina” si avvale di un comitato scientifico d’eccezione composto da studiosi di altissimo livello internazionale: Montse Aguer, direttore del centro di studi daliniani promossa da prodotta da della Fondazione Gala-Salvador Dalí; Hank Hines, direttore del Dalí Museum di St. Petersburg in Florida; Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani; Francisco Calvo Serraller, eminente studioso di arte moderna spagnola, e Robert Storr, curatore e critico statunitense decano della Yale School of Art.
Nel percorso della mostra sarà fruibile il cortometraggio Destino di Salvador Dalì e Walt Disney, mai proiettato prima in Italia: Dalí lavorò al fianco di Disney tra il 1945 e il 1946 ma il film fu completato solo nel 2003 grazie ai disegni originali conservati dall’Animation Research Library dei Walt Disney Animation Studios di Burbank in California, alcuni dei quali saranno eccezionalmente esposti grazie alla collaborazione con The Walt Disney Company.
Accompagna la mostra l’ampio catalogo con testi di Vincenzo Trione, Montse Aguer, Paolo Bertetto, Robert Storr, Oscar Tusquets Blanca, Catherine Millet, Bruce Sterling, pubblicato da 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE.
L’Università IULM di Milano è partner ufficiale della mostra.
LE SEZIONI DELLA MOSTRA
La mostra intende approfondire il rapporto tra l’artista spagnolo e il tema del paesaggio. Si tratta di un aspetto poco conosciuto dal grande pubblico, che offre inattesi spunti di riflessione in merito al legame di Dalí con la pittura rinascimentale italiana, il surrealismo e la metafisica, in un processo che, secondo il curatore Vincenzo Trione, porta il pittore dal caos dell’inconscio al silenzio.
Quadri che vogliono documentare un “altro” Dalì: mistico, religioso, spirituale.
1 Paesaggi storici: guardare dietro di sé e intorno a sé.
Nella prima Stanza dedicata alla Memoria saranno accostate le opere che illustrano il rapporto dell’artista con il passato come La Venere di Milo con tiretti, proveniente dal museo Boymansvan Beuningen di Rotterdam, o le tele dedicate a Velaquez.
Nella successiva Stanza del Male è illustrato il rapporto dell’artista con la contemporaneità: in particolar modo il tema affrontato è quello legato alla guerra (come nella Melanconia Atomica del Reina Sofia di Madrid e nel Visage de la guerre del Boijmans Museum di Rotterdam
2 Paesaggi autobiografici: guardare dentro di sé
Nella Stanza dell’Immaginario sono presenti le opere più legate al periodo surrealista, in cui l’artista approfondisce le tematiche legate all’inconscio, all’introspezione e alla ricerca di sé: dalle Tre età dal Museo di St. Petersburg (Florida) alla Ricerca della quarta dimensione della Fondazione di Figueras.
L’immaginario surrealista, poi. prenderà vita all’interno della Stanza dei Desideri dove sarà ricostruita, in modo filologicamente ineccepibile e inedito, la celebre Stanza di Mae West ad opera dell’architetto Oscar Tusquets Blanca, che fu co-autore del progetto: come scrisse lo stesso Dalì in un’intervista (esposta in mostra) gli specchi utilizzati a Figueras dovevano essere in realtà sostituiti con schermi televisivi, confermando ancora una volta la sua precoce mediatica.
3 Paesaggi dell'assenza: guardare oltre di sé
Infine, Dalì abbandona la rappresentazione della persona umana. E nella Stanza del Silenzio si fa sempre più forte l’assenza della figura sino alla sua sparizione e al trionfo del paesaggio. In un promossa da prodotta da rimando metafisico che ha il suo climax nel Cammino dell’enigma (Fondazione Gala- Salvador Dalí Reina Sofia).
La Stanza del Vuoto è il punto di arrivo dove la pittura di caos si trasforma in pittura del silenzio.
Dapprima, scenari segnati da desolanti inquietudini. Poi, addirittura l’astrazione, come testimonia l’ultimo olio dipinto dall’artista prima della morte, nel 1983, Il rapimento di Europa (conservato a Figueras): un monocromo azzurro, spaccato da ferite, quasi un involontario cretto.
4 Epilogo
La sezione conclusiva del percorso espositivo è una sintesi. Vi si documenta il rapporto tra Dalí e Walt Disney. In esposizioni, quadri che rivelano richiami classici, memorie rinascimentali, atmosfere metafisiche e iconicità pop.
Ogni sezione è accompagnata da ampie sezioni documentarie dove lo stesso Dalí, attraverso interviste e apparati video, racconta il suo rapporto privilegiato con alcuni dei luoghi e dei paesaggi a lui più cari, come gli stessi paesi della Catalogna, che diventano il suo rifugio e sede della Fondazione a lui intitolata (Figueras, Cadaques, Portlligat), l’Italia e l’amata Parigi.
Ufficio stampa 24 ORE Cultura : Giulia Zanichelli | giulia.zanichelli@24orecultura.com | tel. 02 30076255 - Sara Lombardini | sara.lombardini@24orecultura.com | tel. 02 30076329
Ufficio stampa Comune di Milano : Francesca Cassani | tel. 02 88450177 | francesca.cassani@comune.milano.it

 
Di Redazione (del 05/09/2010 @ 00:17:15, in Cultura, linkato 58 volte)

 

Mahler Chamber Orchestra

La struttura insolita, l’internazionalità e l’eccezionale livello artistico fanno della Mahler Chamber Orchestra (MCO) un ensemble unico nel suo genere. La sua organizzazione e il suo peculiare metodo di lavoro la rendono un modello per le future orchestre europee. Formata da una quarantina di musicisti provenienti da 20 paesi diversi e indipendente da sponsorizzazioni esterne, la MCO suona opere e concerti in tutto il mondo, in città come in festival prestigiosi dal Polo Nord al Mar Rosso. L’orchestra è stata fondata nel 1997 dai suoi stessi membri e da Claudio Abbado: da allora questo connubio ha costituito una pietra miliare della vita musicale europea.
Daniel Harding ha assunto un ruolo centrale per l’orchestra a partire dal 1998. Il direttore, all’epoca ventiduenne, ha iniziato collaborando con l’ensemble come suo principale direttore ospite; nel 2003 è stato nominato Direttore Musicale e dal 2008 ne è il Direttore Principale. Ad ogni stagione Harding dirige circa un quarto dei progetti dell’orchestra. Con l’ensemble ha affrontato molte delle più importanti pagine del repertorio classico (incluse le principali opere di Mozart e i cicli beethoveniani). Da qualche tempo però l’attenzione del direttore e dell’orchestra si è incentrata sul repertorio romantico che stanno sviluppando con una vitalità e una ricchezza di sfumature in cui si avverte l’influenza del approccio cameristico tipico dell’ensemble.

Nella stagione 2009/10 la MCO esegue sinfonie, opere e musica da camera in 31 città e 9 paesi. Accanto a Claudio Abbado e a Daniel Harding, i partner artistici dell’orchestra includono direttori come Thomas Hengelbrock, George Benjamin, Kent Nagano, Ton Koopman, Seiji Ozawa ed Esa-Pekka Salonen e solisti come Waltraud Meier, Renaud Capuçon, Janine Jansen, Steven Isserlis e Fazil Say. I debutti di questa stagione includono il Beethovenfest di Bonnm l’Al Ain Classics Festival di Abu Dhabi e il Nuovo Gran Teatro Nazionale di Pechino. Tra i progetti speciali la prima assoluta di un brano di Jörg Widman al Festival di Lucerna, l’esecuzione in forma concertante del secondo atto del Tristan und Isolde e un tour europeo di concerti con Daniel Harding.
La MCO è orchestra residente di Ferrara Musica fin dal 1998 e dal 2009 ha una residenza nel Nord Reno Vestfalia.

Internazionale per vocazione come anche per provenienza dei proprio membri, la sfera di influenza della MCO comprende tutta l’Europa. L’orchestra si esibisce regolarmente anche in Asia e Sud America e nel 2007 ha debuttato alla Carnegie Hall di New York. In Europa la MCO è invitata festival e dalle istituzioni musicali più importanti, dal Sud Italia alla Norvegia: ha un rapporto di collaborazione molto stresso con il Lingotto Musica di Torino, il Bologna Festival, Il Teatro Regio di Parma, l’Alte Oper di Francoforte, il Musikfest di Brema, il Théâtre des Champs-Élysées di Parigi, il Festival di Salisburgo, il Musikfesti¬val Grafenegg, il Festival Harstad nel nord della Norvegia e l’Aldeburgh Festival a Snape.

Oltre ad essere regolarmente impegnata in tournée, l’orchestra ha anche alcuni luoghi di residenza, centri in cui la MCO risiede per periodi più lunghi tra una tournée e l’altra facendo prove e dando concerti. Fin dal 1998 la MCO è orchestra in residence di Ferrara Musica. Sotto gli auspici di Ferrara Musica, negli ultimi 11 anni la MCO ha eseguito un’ottantina tra opere e concerti e ha avuto l’opportunità di inaugurare interessanti e feconde collaborazioni con giovani e promettenti direttori e solisti. A Ferrara la MCO è attiva anche al di fuori dei concerti che hanno luogo al Teatro Comunale esibendosi in formazione cameristica in luoghi particolari della città e collaborando con l’Università di Ferrara.

A partire dal maggio del 2009 la MCO ha inaugurato una nuova residenza nel Nord Reno Vestfalia. I luoghi principali in cui si svolge la residenza sono le sale da concerto di Dortmund, Essen e Cologna; i partner e sponsor della MCO in questo contesto sono la Fondazione NRW e la regione del Nord Reno Vestfalia. Oltre ai concerti presso le sale da concerto e l’Orchesterzentrum NRW a Dortmund, la MCO ha programmato per gli anni a venire produzioni operistiche e concerti prestigiosi, come anche una serie attività di carattere educativo.

La MCO è strettamente legata al Festival di Lucerna fin dal 2003, quando Cladio Abbado ne ha fatto il nucleo della Lucerne Festival Orchestra (LFO). Oltre ai concerti della LFO nell’ambito del Festival la MCO esegue ogni anno 2 concerti nella sua formazione tradizionale, suonando spesso prime esecuzioni assolute di nuove composizioni.

La programmazione della MCO include spesso impegnativi progetti operistici che hanno luogo nell’ambito di cooperazioni internazionali tra istituzioni e festival importanti come il Festspielhaus di Baden-Baden, i Munich Opernfestspiele, le Settimane Musicali di Vienna, l’Holland Festival, il Teatro Real di Madrid o i teatri di Reggio Emilia e Modena.
La MCO è salita alla ribalta delle scene internazionali pochi  mesi dopo la sua fondazione, grazie all’esecuzione del Don Giovanni di Mozart al festival di Aix-en-Provence. L’orchestra ha poi eseguito tutte le principali opere di Mozart insieme a Daniel Harding.
Nel 2008 Claudio Abbado è stato eletto Direttore operistico dell’anno per la sua produzione di Fidelio con la MCO e la messa in scena di Patrice Chéreau di Da una casa di morti di Janacek diretta da Pierre Boulez è stata nominata Produzione operistica dell’Anno nel 2007. Ampi stralci di questa produzione sono stati registrati da diverse televisioni europee ed è recentemente uscito un DVD.
La MCO ha registrato per Virgin Classics, Deutsche Grammophon e Decca 14 CD che hanno ottenuto diversi riconoscimenti. Tra questi album da segnalare in particolare opere dirette da Daniel Harding e Claudio Abbado, la registrazione dal vivo del Secondo e Terzo Concerto per pianoforte e orchestra di Beethoven con Marta Argerich che ha ottenuto un Grammy Award e una registrazione di Arie Italiane con Anna Netrebko. Nel 2003 la registrazione della Sinfonia fantastica con Mark Minkowski ha ottenuto il Deutsche Schallplattenpreis. Nel 2008 è stata pubblicata un’incisione del Concerto per violino di Čajkovskij con Janin Jansen, seguita nel 2009 da una registrazione di Arie romantiche con Jonas Kaufmann.

I protagonisti

Constantinos Carydis
Costantinos Carydis è nato ad Atene nel 1974 e ha studiato pianoforte e teoria musicale al Conservatorio della stessa città. Ha continuato e completato i suoi studi in Direzione d’Orchestra con il Prof. Hermann Michael presso l’Università di Musica e Teatro di Monaco.
I sui primi impegni lo hanno portato ad esibirsi allo State Theatre am Gärtenplatz di Monaco e all’Opera di Stato di Stoccarda. Inoltre, è stato invitato a dirigere a Berlino, all’Opera di Stato e alla Komische Oper , all’Opera di Lione, alla Deutsche Opera am Rhein di Dusseldorf/Duisburg e all’Opera di Stato di Atene. Costantinos Carydis è ospite regolare dell’Opera di Stato di Vienna e dell’Opera di Stato di Monaco, della Nederlandse Opera di Amsterdam e dell’Opera di Francoforte.
I suoi impegni concertistici includono anche le collaborazioni con l’Orchestra Filarmonica di Monaco, la DSO e la Konzerthausorchester di Berlino, le Orchestre RSO di Vienna e di Stoccarda, l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, l’Orchestra della Komische Oper di Berlino , l’Orchestra dell’Opera di Stato di Stoccarda, l’Orchestra da Camera Tedesca, l’Orchestra da Camera di Monaco e la Kammerakademie Potsdam.
I futuri impegni prevedono il debutto alla Royal Opera House Covent Garden di Londra e alcuni concerti con la Museumsorchester di Francoforte, la Israel Philarmonic, la Mahler Chamber Orchestra, la Tonhalle di Zurigo, l’ Orchestra Sinfonica WDR di Colonia e con l’Orchestra Filarmonica della Scala.

Fazil Say
Nato ad Ankara nel 1970, Fazil Say ha iniziato a studiare pianoforte e composizione nel locale conservatorio. A 17 anni una borsa di studio gli ha permesso di perfezionarsi con David Levine all'Istituto Robert Schumann di Düsseldorf. Dal 1992 al 1995 ha proseguito gli studi al Conservatorio di Berlino, e nel 1994 ha vinto il Premio Young Concert Artists International Auditions di New York, che gli ha aperto immediatamente le porte della carriera internazionale. 

Suona regolarmente con la New York Philharmonic, Israel Philharmonic Orchestra, Baltimore Symphony, le Filarmoniche di San Pietroburgo e della BBC, l'Orchestre National de France e molte altre importanti compagini orchestrali. E' stato ospite dei Festival di Salisburgo, Lucerna, Verbier, Montpellier, del Klavierfestival Ruhr, Rheingau Music Festival, Beethoven Festival Bonn, Roque d’Anthéron, Lincoln Center Festival New York. Ha dato récital in tutte le più importanti sale del mondo, fra cui il Concertgebouw di Amsterdam, Philharmonie di Berlino, Suntory Hall di Tokyo, Musikverein di Vienna, Carnegie Hall e Avery Fisher Hall di New York, Wigmore Hall di Londra, Théâtre des Champs Elysées di Parigi etc. Nel corso della stagione 2003/04 ha debuttato al Festival di Salisburgo, Lincoln Center Festival di New York, Harrod’s Piano Series di Londra e World Piano Series di Tokyo. Suona musica da camera con famosi musicisti, tra cui Yuri Bashmet e Shlomo Mintz, e con il violinista Maxim Vengerov ha intrapreso, sempre nel 2004, una lunga tournée in Europa e Stati Uniti, con tappe alla Carnegie Hall, Musikverein, Barbican, Concertgebouw e Festival di Salisburgo. Nel 2006 ha formato un duo con la violinista moldava Patricia Kopatchinskaja.
La grande passione per il jazz e l'improvvisazione lo ha portato a fondare il Worldjazz Quartet insieme al virtuoso turco di ney, Kudsi Ergüner.
Fazil Say affianca quella di compositore: nel 1991 ha eseguito per la prima volta il Concerto per pianoforte, violino e orchestra con i Berliner Symphoniker; nel 1996 ha suonato a Boston, in prima mondiale, il suo Concerto per pianoforte n. 2, Silk Road, che nel corso della stagione 2003/4 è stato programmato numerose volte con varie orchestre e Fazil Say come solista. Su commissione del Ministero della Cultura turco ha composto l'oratorio Nazim, su testi del celebre poeta turco Nazim Hikmet, eseguito per la prima volta nel 2001 ad Ankara alla presenza del Presidente della Turchia. Nel gennaio 2002 ha eseguito a Parigi con l’Orchestre National de France la prima mondiale del Concerto per pianoforte n. 3, commissionatogli da Radio France e Kurt Masur, accolto da un consenso strepitoso. Nel 2003 è stato eseguito al Festival di Istanbul l'oratorio Requiem per Metin Altiok. Nel maggio 2005 ha eseguito per la prima volta a Lucerna il Concerto per pianoforte n. 4, commissionatogli dalla ETH Zürich. Fazil Say ha anche composto divertenti adattamenti jazz per piano e orchestra di opere di Mozart (Rondò alla turca) e di Paganini (Paganini Jazz). La città di Vienna gli ha commissionato un balletto per celebrare l’anniversario di Mozart, eseguito per la prima volta a febbraio 2006. Ha scritto un nuovo pezzo solistico, Inside Serali, per il Festival di Salisburgo del 2006 e sta progettando un’opera per orchestra. E’ stato artista residente di Radio France nel 2003 e del Festival di Brema nel 2005, come pure negli ultimi cinque anni alla Konzerthaus di Dortmund. 

La prima registrazione di Fazil Say, dedicata a Mozart, è stata pubblicata nel febbraio 1998, con commenti lusinghieri da parte della critica. La sua discografia comprende un CD tutto dedicato alla Rhapsody in Blue e a I Got Rhythm Variations di Gershwin con la New York Philharmonic diretta da Kurt Masur; un disco con un recital bachiano e Le Sacre du Printemps di Stravinsky (in una riduzione del compositore per pianoforte a quattro mani), in cui Fazil Say suona ambedue le parti. Le Sacre fa parte dei grandi successi di Fazil Say, che l’ha eseguito nelle sale da concerto più importanti del mondo.
Questa incisione ha vinto numerosi premi, tra cui il prestigioso Echo-Preis Klassik 2001 e il tedesco Jahrespreis der Deutschen Schallplattenkritik 2001.
La sua prima registrazione con l’etichetta francese Naïve è dedicata alla sua musica, la seconda include tre Concerti di Mozart con la Zürich Chamber Orchestra diretta da Howard Griffiths . Un CD con le Sonate di Beethoven è stato pubblicato nel 2005, e nel 2007 pubblica le Sonate di Haydn. L’anno successivo Fazil Say viene nominato dall’Unione Europea ambasciatore per gli scambi culturali.
Nel 2008 viene inviato a suonare per le celebrazioni del 60° Anniversario di Israele. Suona al Festival di Edimburgo, Atene, Prague Summer, Cannes, Montpellier, Verbier, Montreux, alla Wigmore Hall di Londra, Concertgebouw Amsterdam, Konzerthaus Vienna, Tonhalle Zürich, Suntory Hall Tokyo, Chatelet Paris, e molti altri. Alla fine dell’anno Say intraprende un tour di 3 settimane e mezzo in Giappone con il culmine di un Festival a lui dedicato di 5 giorni, a Tokio. Nello stesso anno è stato nominato, assieme a Paul Coelho tra gli altri, Ambasciatore del dialogo Interculturale. La Konzerthaus Dortmund e WRD Symphony Orchestra hanno commissionato la sua prima Sinfonia “Istanbul”che ha debuttato nel marzo 2010. Nel 2010/11 sarà in residenza alla Konzerthaus di Berlin con 12 concerti in stagione. Nel 2010 è invitato al Festival di Salisburgo con quattro concerti, ai festival di Rheingau, Baden-Baden, Brescia e Bergamo, Menuhin Festival a Gstaad, Mecklenburg-Vorpommern, Orange, Athens, Abu Dhabi Classics e altri. Sarà tre settimane tra Cina e Giappone, Francia e Spagna. Al Festival di Baden-Baden nel febbraio 2010 ha suonato quattro Concerti per pianoforte di Ravel, Mozart, Gershwin e Say, con la Mahler Chamber Orchestra.

 Per ulteriori informazioni: Istituzione Musica Teatro Eventi via Gambalunga 27 47900 Rimini tel. 0541.704294 – 704293.
Ufficio Relazioni con il Pubblico Corso d’Augusto 158 47900 Rimini tel. 0541.704112
Ufficio stampa: Anna Barina cell. +39 349.7549303 annabarina@gmail.com

 
Di Redazione (del 02/09/2010 @ 16:29:43, in Cultura, linkato 44 volte)

 

RICCARDO CHAILLY ALLA GUIDA DELLA GEWANDHAUSORCHESTER INAUGURA IL CARTELLONE SINFONICO DELLA 61. ma SAGRA MUSICALE MALATESTIANA DI RIMINI - Giovedì 2 settembre ore 21 Auditorium Palacongressi di Rimini
Sarà un artista del calibro di Riccardo Chailly alla guida della Gewandhausorchester Leipzig, prestigiosa formazione di cui è direttore musicale, ad inaugurare giovedì 2 settembre alle ore 21 presso l’Auditorium Palacongressi di Rimini il cartellone sinfonico della 61.a Sagra Musicale Malatestiana. Il concerto, prima data in Italia, è un omaggio a Robert Schumann nel secondo centenario della nascita e vedrà la straordinaria presenza di Kit Armstrong, diciassettenne pianista americano considerato tra i più sorprendenti solisti della nuova generazione, che aprirà la serata con il Concerto per pianoforte e orchestra in la minore op. 54. A seguire il Concerstück in fa maggiore per 4 corni e orchestra op. 86 nell’interpretazione del Gewandhausorchester Hornquartett formato da Bernhard Krug, Jochen Pleß, Clemens Röger e Raimund Zell. Chiude il concerto la Sinfonia n.1 in si bemolle maggiore op.38 Frühling, che verrà presentata nella versione con i ritocchi orchestrali di Gustav Mahler.
Il cartellone sinfonico della Sagra Musicale Malatestiana proseguirà il 6 settembre con l’arrivo, per la prima volta a Rimini, della Mahler Chamber Orchestra diretta da Constantinos Carydis e con il talentuoso pianista turco Fazil Say in un programma dedicato a Beethoven.
Il Concerto per pianoforte e orchestra in la minore op. 54 fu l’unico lavoro solistico di Schumann accolto all’epoca con favore: il carattere anticonformista della musica del compositore risultava infatti troppo audace anche per i virtuosi, che erano portati per natura a compiacere le richieste del pubblico. L’idea di scrivere un Concerto era legata in primo luogo alla figura della moglie Clara, una delle maggiori interpreti della storia del pianoforte. Il primo movimento nacque come lavoro autonomo tra il 1839 e il 1841. Più d’un editore rifiutò il manoscritto e anche Clara forse rimase perplessa, visto che questa versione non venne mai eseguita. Solo nel 1845, quando le lunghe crisi depressive lo tormentavano sempre più spesso, Schumann decise di riprendere in mano la partitura e aggiungere due movimenti, trasformandola in un lavoro di struttura tradizionale. Nella nuova versione il Concerto, interpretato da Clara, riscosse un caldo successo a Dresda, Lipsia, Vienna e Praga.

Anche il Concerstück in fa maggiore per 4 corni e orchestra op. 86 ebbe ingiustamente una scarsa fortuna. Il lavoro, che risale agli inizi del 1849, fu scritto da Schumann per i solisti dell’Orchestra di Corte di Dresda, guidati da un virtuoso di prim’ordine come Josef Rudolf Lewy. Presenta un organico insolito ma con un precedente significativo in un Lied di Schubert, Nachtgesang im Walde D913, per quattro voci maschili e un quartetto di Waldhorn.
È articolato in tre parti, come un Concerto, benché gli ultimi due movimenti, Romanze e Sehr lebhaft, siano legati assieme senza soluzione di continuità. La scrittura delle parti solistiche è brillante, con passaggi nella tessitura acuta. La musica alterna momenti di eroismo con un’espressione più lirica, specie nella Romanze. La sensuale melodia dei corni nella parte centrale del movimento rappresenta una delle migliori pagine scritte da Schumann e ricompare in forma un po’ trasformata nel finale, conferendo al lavoro una sorta di forma ciclica.
Per la stesura della "Frühlingssymphonie", la Primavera, Schumann fu ispirato dalla lettura di una poesia di Adolph Böttger nella quale il poeta rivolge una fervida preghiera allo Spirito delle Nubi affinché si allontani con il suo corteo di nebbie e fredde piogge. Schumann finì la composizione in soli quattro giorni, nel gennaio del 1841, terminando in poche settimane la stesura dell’orchestrazione. Il 31 marzo successivo si tenne a Lipsia la prima esecuzione, con l’Orchestra del Gewandhaus diretta dall’amico Felix Mendelssohn.

Per ulteriori informazioni: Istituzione Musica Teatro Eventi via Gambalunga 27 47900 Rimini tel. 0541.704294 – 704293.
Ufficio Relazioni con il Pubblico Corso d’Augusto 158 47900 Rimini tel. 0541.704112
Ufficio stampa: Anna Barina cell. +39 349.7549303 annabarina@gmail.com

Biglietti da 15 a 35 euro in vendita anche sul circuito Vivaticket. Per informazioni tel. 0541.24152

Biografie degli artisti
KIT ARMSTRONG - Pianoforte
Kit Armstrong è un pianista e compositore diciassettenne che vanta anche notevoli naturali disposizioni per la matematica, le scienze e le lingue. All'età di cinque anni, ha iniziato gli studi formali di composizione e pianoforte. A sette, è stato il più giovane borsista della storia della californiana Chapman University, frequentando l'università part-time mentre completava la scuola superiore. Due anni dopo, è diventato studente universitario a tempo pieno dedito allo studio della musica e delle scienze.

Mentre frequentava l’Università, Kit si è esibito in recital e come solista con numerose orchestre, dopo aver debuttato come concertista all'età di otto anni. Nel 2005, ha suonato il Concerto per pianoforte n.1 di Beethoven, diretto da Sir Charles Mackerras; nel 2007, ha eseguito il Concerto per pianoforte n. 20 di Mozart con la Baltimore Symphony Orchestra, diretta da Bobby McFerrin; nel 2009, ha suonato il Concerto in Re minore di Bach con l’Orchestra Gewandhaus di Lipsia diretta da Riccardo Chailly, con cui sarà di nuovo in tournée per il Concerto di Schumann in La minore nel 2010.

Il repertorio pianistico di Kit comprende una vasta gamma di compositori; include i 48 Preludi e Fughe del clavicembalo ben temperato di Bach, tutte le sonate per pianoforte di Mozart, 15 sonate per pianoforte di Beethoven, nonché opere di Haydn, Schubert, Chopin, Schumann, Liszt, Brahms, Debussy, e Ravel. Il suo repertorio concertistico annovera brani di Bach, Mozart, Beethoven, Chopin, Schumann, e Bartok.

In qualità di compositore, Kit ha scritto in vari stili. Le sue composizioni includono numerosi pezzi per pianoforte, una sonata per viola, tre quartetti d’archi, tre quintetti di pianoforte, due quintetti di fiati, un concerto per pianoforte, e una sinfonia. Questa sinfonia, Celebration, composta all'età di sette anni, è stata eseguita dalla Pacific Symphony Orchestra. Oltre ad aver vinto una serie di concorsi di Stato, è stato insignito del Morton Gould Young Composer Award per cinque anni consecutivi. Nel 2007 con Struwwelpeter, una suite per viola e pianoforte, ha vinto la prestigiosa borsa di studio Charlotte V. Bergen.

Riccardo Chailly
Vanta un repertorio sia sinfonico che operistico. Nato a Milano, ha diretto le Filarmoniche di Berlino e Vienna, l'orchestra Gewandhaus, la Filarmonica di Monaco di Baviera, l’Orchestra Sinfonica di Londra, la Filarmonica di New York, l'Orchestra di Cleveland, l’Orchestra di Philadelphia, e l’Orchestra Sinfonica di Chicago, e si è esibito presso i più importanti teatri d’opera mondiali: la Scala di Milano (dove ha debuttato nel 1978), l’Opera di Stato di Vienna, il Metropolitan Opera di New York, la Royal Opera House di Londra a Covent Garden, l'Opera di Stato Bavarese di Monaco di Baviera, e l'Opera di Zurigo. Ha inaugurato il Festival di Salisburgo nel 1984 e si è esibito in qualità di direttore d'orchestra ospite al Festival di Pasqua di Salisburgo e al Festival di Lucerna.

Riccardo Chailly è stato Principal Guest Conductor dell’Orchestra Filarmonica di Londra dal 1983 al 1986 e Direttore d’Orchestra della Rundfunk-Sinfonieorchester di Berlino dal 1982 al 1989. Dal 1986 al 1993 è stato direttore musicale del Teatro Comunale di Bologna, dove ha diretto numerose produzioni operistiche con grande successo.

Da quando è stato nominato Chief Conductor della Concertgebouw Orchestra di Amsterdam (1988-2004), si è dedicato sempre più anche al repertorio sinfonico. Diletta un pubblico crescente non solo con le proprie performance delle grandi opere standard, ma anche con numerose opere del ventesimo secolo. Ha condotto la Concertgebouw Orchestra in varie importanti tournée ai grandi festival europei (Festival di Vienna e Proms di Londra, fra le altre) e ha recentemente completato il Millennium Tour con concerti negli Stati Uniti, in Canada, Giappone e in Europa. Le tournée effettuate con l’orchestra olandese lo hanno portato anche in Sud America, Cina, Corea e Taiwan.

Nel 1994 è stato insignito del titolo di Grande Ufficiale della Repubblica Italiana e nel 1996 è stato eletto membro onorario della Royal Academy of Music di Londra. Nel novembre 1998, in occasione del suo decimo anniversario di Chief Conductor della Concertgebouw Orchestra, è stato insignito del titolo di Cavaliere dell'Ordine del Leone d’Olanda dalla regina Beatrice d’Olanda. Nel 1998 è stato nominato Cavaliere di Gran Croce della Repubblica Italiana.

Oltre alla sua carica ad Amsterdam, il primo luglio 1999 Riccardo Chailly ha accettato l’incarico di Direttore Musicale dell’Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi. Con la sua direzione, questa orchestra comunale fondata da cittadini milanesi, è divenuto un ensemble rinomato a livello internazionale che da allora ha inciso 10 CD per la prestigiosa etichetta Decca. Chailly ha lasciato quest'orchestra nel 2005.

Riccardo Chailly ha un contratto in esclusiva con Decca e ha registrato un ampio repertorio sinfonico ed operistico per un totale di oltre 100 CD. Ha vinto numerosi premi per le sue incisioni, fra cui molti Edison Prizes e Gramophone Awards, come pure il Diapason d’Or, il Charles Cross Academy Award, il Japanese Unga Konotomo Award, il Toblacher Komponierhäuschen (casetta di composizione), e numerose Grammy Nominations. Le riviste Diapason e Gramophone lo hanno recentemente nominato "artista dell'anno."

Il primo incontro artistico di Riccardo Chailly con l'Orchestra Gewandhaus ha avuto luogo al Festival di Salisburgo nel 1986 e nel settembre 2005 ne ha assunto l’incarico di Direttore Musicale.

 
Di Redazione (del 27/08/2010 @ 23:14:57, in Cultura, linkato 88 volte)

 

SCRITTORI DELLA NOSTRA VALLATA: CARINA SPURIO

Originaria di Nerito di Crognaleto, Carina Spurio è nata – e vive e lavora – a Teramo. Per alcuni anni è vissuta anche a Montorio al Vomano nella caratteristica via Giuseppe Urbani, meglio nota ai montoriesi con l’appellativo di “Strada di Sotto”.
A dire il vero, Nerito, grazioso borgo della nostra bella montagna teramana, è il paese del nonno paterno ed è il luogo dove lei ha trascorso i periodi più belli della sua fanciullezza e al quale è rimasta profondamente legata, tant’è vero che una sua poesia, che ha ricevuto ottimi consensi al “Premio Myricae” di pascoliana memoria, descrive ed è dedicata interamente a Nerito.
Carina Spurio compie i suoi studi presso lo storico Istituto Magistrale “Giannina Milli” di Teramo e, attratta dal demone della poesia, inizia a scrivere giovanissima. Ma come sempre, a quell’età, i racconti, le poesie e… i sogni rimangono sempre nello stagionato cassetto vergati su foglietti volanti e dispersi. Il suo esordio nel mondo della scrittura avviene, nell’agosto del 2005, quando nella città aprutina viene allestita la prima edizione di “Villa Suite”: salotto serale di cultura, musica e cabaret all’interno della Villa comunale. Infatti nel 2005, vede la luce la sua prima raccolta poetica: Il sapore dell’estasi (Patti, Messina, Kimerik); nell’anno successivo, sempre per la Kimerik e sempre sotto lo stesso titolo, cioè Il sapore dell’estasi, esce una riedizione aggiornata. Nel 2007 pubblica Lacca di garanza (Roma, Edizioni Il Filo), seguono Tra Morfeo e vecchi miti (Patti, Messina, Nicola Calabria Editore, 2008) e Narciso (Teramo, Editrice Evoè, 2009).
La nostra poetessa vive per la Poesia – quella con la P maiuscola – e con la poesia ha iniziato un percorso di ricerca interiore:«Tutti sappiamo
» scrive su un blog «che qualcosa di magico e irripetibile deve essere accaduto un tempo lontano e che il Tutto ha origine dall’Uno. L’atomo, la cellula, il sole, le stelle, tutti hanno rispettato una legge, dall’organismo più semplice a quello più complesso, mentre noi essere viventi, abbiamo sempre la stessa esigenza: scoprire i segreti della vita». Alcune sue poesie sono state incluse in diverse antologie nazionali e il suo nome figura in testi scolastici, fra i quali ricordiamo I nuovi poeti italiani (2007) e Conoscere la metrica (2008), entrambi editi da Vincenzo Grasso Editore, di Padova. Altre sue liriche sono state pubblicate in riviste specializzate internazionali. Il già citato Lacca di garanza, dopo un’accurata selezione da parte della Casa Editrice Il Filo, di Roma, è stato scelto ed inserito tra i titoli alla “Festa del Libro e delle Culture Italiane” che si è tenuta a Parigi dal primo al 3 febbraio 2008. Esimi critici letterari si sono interessati alla sua poetica, come il teramano Simone Gambacorta, il giuliese Sandro Galantini e il napoletano Antonio Spagnuolo, solo per citare alcuni nomi.
E’ segretaria del concorso di poesia “diVerso in Verso” che, giunto alla sua quarta edizione. Scrive su periodici culturali e di informazione: “Hermes”, “Domus”, “Notizie Donna”, “Eidos”, “Il Giornale24ore”, “Il mensile della città” “Teramani.net”, “Il ReteGiornale.it”, “ Buono e Bello”, “Piazza Grande” ed anche sul nostro “Gente del Vomano”. E’ superfluo aggiungere che nella sua ancora breve carriera ha collezionato premi, riconoscimenti e attestati, anche perché a lei interessa cibarsi solo di versi e strofe, senza chiedere nient’altro alla vita.

Pietro Serrani

 

 

 

Mendicante di sogni/ dagl’occhi d’avorio/ incantata ne resta il sospiro// del tuo canto di spezie in piatti di foglia/ io mi inchino d’innanzi/ alla sorte/ d’un viso// braccia fosti alla terra e gambe ritorte/ nel tuo freddo portasti a sognare// coronando il calore dei doni miei morti/ nel tuo cuore al mio solo sperare// al prostrarne ne osservo l’immagine pia/ nei tuoi pegni racconti alla vita// lievemente rimembra e a spugna s’avvia/ di rugiade ne empi a salita// al dolor volta appresso la carta scordata/ che riluce in moneta sospesa/ di quell’ode restarne del freddo annodata/ litania/ resa d’anima/ attesa

La mendicante di sogni imprigionata nella lirica “Via del Campo” affascina con il suo sguardo color avorio e con il suo canto. “Via del Campo” è una delle poesie comprese in una particolare pubblicazione che ha visto la luce nel dicembre del 2009, “Dolce al Soffio di De André – Riflesso di Rima… Ascolto di un Viaggio” pubblicata dalla casa editrice Rupe Mutevole. L’autrice è Gioia Lomasti. Gioia nasce nel 1973 a Ravenna, sin da giovanissima si è sempre interessata di arte, di poesia.

Il primo libro, “Passaggio”, è stato pubblicato nel 2008 e rappresenta una sorta di viaggio nel quale la poetessa racconta di se stessa. Gioia Lomasti, oltre a scrittrice, cura una collana per Rupe Mutevole dal nome “Poesia e Vita”, collana giunta oramai alla dodicesima pubblicazione, ed un programma letterario radiofonico su Radio Sonora Online.

 

L’idea di un libro dedicato al cantautore Fabrizio De Andrè (1940-1999) è stata una scelta dettata dalla sua infanzia pregna delle canzoni del cantautore e dal suo amore verso la musica, seconda passione dopo la poesia. È infatti inconcepibile pensare a De Andrè senza pensare nello stesso istante alla poesia.
“Dolce al Soffio di De André – Riflesso di Rima… Ascolto di un Viaggio” è una rielaborazione poetica in versi delle canzoni di De André, è il sentire della Lomasti, è il risultato dell’ascolto perpetuo delle parole e dei significati del cantautore ligure.
Il libro consta di una prefazione curata dal giornalista Alessandro Spadoni e di due parti per un totale di 140 pagine. Le canzoni alle quali Gioia Lomasti fa riferimento sono tratte da due album postumi: “In Direzione Ostinata e Contraria” de 2005 e “In Direzione Ostinata e Contraria (vol. 2)” del 2006.

Non ho lo sguardo/ al cui cospetto/ possa dettar perduto amore// ghiaccio sofferto/ infonde il petto/ dentro le risa del dolore// perdutamente/ ne attingeva/ e scomparendo spremer d’ombra// l’unica salma del colore/ rimase sonante/ sulla mia tomba// e presi carta/ e presi vino/ se nel tragitto sconfinato// lasciar di pane/ in un sol dono/ briciole cosparger per il tuo prato” (“Ballata dell’amore cieco o della vanità”)

Le due parti de “Dolce al Soffio di De André – Riflesso di Rima… Ascolto di un Viaggio” vedono una stretta collaborazione tra la nota primaria e il prodotto poetico della Lomasti.
Le caratteristiche principali dei testi sono la ricercatezza di lessemi e di stile, la precisa cura della rima e della sua musicalità, l’attenta rivisitazione del senso madre in un’opera altra che rievoca immagini senza dimensione temporale, sospese a mezz’aria tra il nostro mondo fisico ed il mondo del pensiero.

“Vestir di cenci/ rimesto a frastuono/ unica meta la distanza del tuono/ giusta virtù il rifugio dell’ombra/ che andai cercando/ verso inverso alla sponda” (“Quello che non ho”)

S’ instaura, in questo modo, un rapporto strettissimo tra il voler dire e l’immaginato, il quale in maniera personalissima diffonde una riflessione sulla variazioni di verso e sull’ interpretazioni poetica dell’opera di De André sentita come una rielaborazione “sana” il cui intento è omaggiare e ricordare uno dei più grandi della musica italiana.

Disdegno del sorriso/ aver fiducia in astio/ ritorce ciò che il viso/ sorretto prese pasto// a sporche direzioni/ che viottolo conduce/ e sotto quel mattone/ si sotterrò la luce// a piccola borgata/ attribuir la fama/ di chi ricorda nome/ ma non la triste trama/ martello immacolato/ che cadde tra la gente/ in suolo che sfidato/ del calco stride e mente” (“Delitto di Paese”)

Lascio link utili per visitare il sito dell’autrice, della casa editrice e per ordinare il libro.
http://www.rupemutevoleedizioni.com/
http://www.reteimprese.it/rupemutevoleedizioni
http://www.gioialomasti.eu/
http://www.poesiaevita.com/
http://www.facebook.com/pages/Ufficio-Stampa-Rupe-Mutevole/126491397396993

Written by Alessia Mocci

 

 
Di Redazione (del 24/08/2010 @ 20:31:35, in Cultura, linkato 132 volte)

 

Apenghe sorrise, anche lui subito in complicità con il fratello con cui aveva diviso lo stesso grembo, con cui aveva parlato senza parole, quando i loro cuori si erano formati.

Apenghe, il protagonista, sorride al fratello che non vedeva dalla nascita perché separati a causa della diversità di Apenghe. La complicità dei gemelli si manifesta sin dal primo sguardo anche se ben sette anni hanno separato i due.

Apenghe – Il figlio della Luna” è un romanzo breve edito dalla casa editrice Rupe Mutevole Edizioni nel 2008, nella collana”Atlantide”. L’autrice è la poetessa e scrittrice Rosa Mauro, la quale con il suo lavoro poetico ha raggiunto importanti risultati in prestigiose premiazioni. Rosa Mauro è autrice di svariati e variegati volumi: “Bora Bora”, “Magia di un viaggio”, “Oltre il deserto”, “Esmeralda Avatar”, “Katier”, “C’era una volta in Africa”, “Imperfetta”, “La favola della vita”, “Cantando Marte”, “Fra fantasia e realtà”, “La terra dei Canti”, “Un canto per Giovanni”.
“Apenghe – Il figlio della Luna” consta della prefazione della Dott.ssa Carla Mauro, otto capitoli ed un epilogo per un totale di 99 pagine. Non c’è una sola voce narrante bensì tante voci quanti personaggi, ognuno ha qualcosa da dire, ognuno vede la realtà in modo diverso e sente di poter raccontare al lettore la sua vita e le sue impressioni su Apenghe.

Il romanzo breve è ambientato in Africa e racconta di un parto gemellare molto particolare. Eve è incinta e sta per partorire, vede il futuro con un sogno ma non ne parla con le donne che avrebbero dovuto aiutarla nel mettere al mondo i suoi figli. Nascono Nzumbu e Apenghe, gemelli profondamente diversi. Nzumbu viene subito riconosciuto come erede dal padre Ndobo, mentre per Apenghe ci sono delle riserve. Ma perché Apenghe non è simile al gemello?
Il motivo della stranezza che tutti avvertono sta nel fatto che il piccolo ha una particolarità che pochi esseri umani hanno vissuto: è figlio della Luna.

Essere figli della Luna significa non poter stare alla luce del Sole e quindi vivere in maniera completamente differente dal resto della famiglia e del villaggio. Eve e Ndobo non possono presentare entrambi i figli alla comunità, portano soltanto il ridente Nzumbu e lasciano Apenghe con la sorella di Eve, Angele. Angele conosce bene il destino del piccolo e decide di adottarlo e di prendersene cura.

Il figlio della Luna così diventa il figlio di Angele. Apenghe cresce conoscendo la verità, ma non gli interessa vedere i suoi veri genitori che così facilmente l’hanno lasciato andare mentre ha qualche curiosità verso il fratello. Ma i due vivono ore del giorno diverse, Apenghe non può stare sotto i raggi solari e la sua vita si svolge la notte, girovaga nella foresta con il buio e la solitudine.

“Apenghe non riusciva ancora a perdonare la sua madre naturale e non voleva che Nzumbu gliene parlasse. Ma Nzumbu a volte rubava pensieri e parole del fratello nella sua memoria per poterli poi riferire a lei, quando trovava il coraggio di ascoltarli, soprattutto quando la accompagnava alla fonte.”

Dalla notte dell’incontro durante la pesca notturna i due fratelli diventano inseparabili e Nzumbu rinuncia a qualche ora di sonno per poter stare con il fratello, ma i due non riuscivano a parlare della situazione famigliare passata e presente con tranquillità sia per blocchi di Apenghe sia di Nzumbu.
È il classico esempio letterario di reietto che diviene eletto: Apenghe che tutti inizialmente non vogliono vicino diviene con il trascorrere del tempo un personaggio utile alla società e degno di profondo rispetto. Apenghe infatti aveva anche il dono di poter comunicare con la Morte, anch’essa nera come la notte e di poter accompagnare le persone morenti con tranquillità verso la fine di questa vita terrena.

“La morte si sbagliava, dopotutto. Lei può evitare di portare con sé il tuo spirito, ma un uomo può comunque decidere di morire dentro. Chiude la porta del suo cuore e pian piano lo spirito indurisce e mummifica, come una foglia secca su un albero. Io lo scopersi in quei giorni, e accolsi quella come unica strada per non soffrire.”

 

Lascio link utili per visitare il sito della casa editrice e per ordinare il libro. Vi ricordo che i libri di Rupe Mutevole sono all’interno del circuito Feltrinelli.
http://www.rupemutevoleedizioni.com/
http://www.reteimprese.it/rupemutevoleedizioni
http://www.poesiaevita.com/
http://www.facebook.com/pages/Ufficio-Stampa-Rupe-Mutevole/126491397396993


Written by Alessia Mocci
 

 
Di Redazione (del 14/08/2010 @ 13:08:29, in Cultura, linkato 197 volte)

 

DUE EMILIANI PER BACH : IL BOLOGNESE MATTEO MESSORI AL CEMBALO E IL FERRARESE LUCA GIARDINI AL VIOLINO IN CONCERTO ALLA SAGRA MUSICALE MALATESTIANA DI RIMINI
Nell’ambito della rassegna BWV Bach, ciclo di concerti dedicato al Kantor di Lispia che anticipa il cartellone sinfonico della 61.ma Sagra Musicale Malatestiana di Rimini, sabato 14 agosto alle 21.30 presso il Teatro degli Atti di Rimini appuntamento con un duo tutto emiliano, il bolognese Matteo Messori al cembalo e il violinista Luca Giardini, due tra i massimi esperti ed interpreti a livello internazionale del repertorio barocco.
Il programma del concerto prevede l’esecuzione delle Sonate per violino e clavicembalo BWV 1017, 1018 e 1019, ultime di un ciclo di sei che Johann Sebastian Bach revisionò due volte a Lispia prima di morire. Tutte, tranne la sesta, sono nella forma della Sonata da chiesa nord-italiana: in quattro movimenti con un tempo lento quasi preludio, un Allegro e un altro tempo lento seguito da un Allegro finale, talvolta in forma di danza. Anche qui, come nelle sonate per viola da gamba e per flauto, in tutti i tempi veloci Bach approfondisce in maniera superlativa le potenzialità della fuga a tre voci per il duo di strumento melodico e clavicembalo. Si tratta quindi di duetti in quanto ad organico, ma di vere e proprie Sonate in trio per la condotta delle parti: un soprano affidato al violino solo, l’altro alla mano destra del clavicembalo, e il basso alla mano sinistra. Di queste sonate, che continuarono ad essere apprezzate anche dopo la morte del compositore, così scriveva il figlio Carl Philipp nel 1774: «I sei Trii per tastiera [e violino] sono fra i migliori lavori del mio caro padre defunto. Benché risalenti a più di cinquant’anni fa, continuano a suonare eccellenti e mi danno molta gioia. Essi contengono alcuni Adagi che nemmeno oggi si potrebbero scrivere in maniera più cantabile».
La raffinatezza interpretativa di Matteo Messori troverà espressione anche nell’esecuzione al clavicembalo dei due Preludio e Fuga BWV 876 e BWV 881, sempre di J. S. Bach, uno nello stile brisé, spezzato e arpeggiato alla maniera del liuto, l’altro tutto suspirationes e arditezze armoniche nel contrasto ritmico fra le sue sezioni.

Matteo Messori è nato a Bologna dove ha studiato Organo e Composizione organistica, diplomandosi con il massimo dei voti e la lode, e Discipline della Musica. Ha studiato in seguito Clavicembalo alla scuola del rinomato clavicembalista, organista, direttore e cantante Sergio Vartolo, maestro di cappella nella Basilica di San Petronio. Nel 1998 ha vinto il primo premio assoluto al concorso nazionale di clavicembalo "G. Gambi" di Pesaro; è stato insignito di altre onorificenze per la sua attività musicale. Si esibisce da anni come solista di organo e clavicembalo in Italia, Europa e America, nonché in varie formazioni cameristiche e sinfoniche. Importante riconoscimento alla sua attività è stato l'invito a tenere un recital solistico d’organo nella gloriosa Thomaskirche di Lipsia nell'agosto 2004, luogo dove Bach svolse la sua attività di Kantor dal 1723 al 1750 e dove è oggi sepolto. È fondatore e direttore dell’ensemble Cappella Augustana con cui sta realizzando la prima incisione integrale mai realizzata degli opera omnia di Heinrich Schütz (1585-1672) - che prevederà circa 40 CD - commissionatagli dall'etichetta olandese Brilliant Classics. È titolare della cattedra di Organo e Composizione organistica presso l’Istituto Superiore di Studi Musicali “G. Donizetti” di Bergamo dove insegna pure Clavicembalo, Tastiere storiche e Pratica del Basso continuo.

Luca Giardini ha compiuto gli studi di violino moderno a Milano e a Lugano con per poi intraprendere un percorso di approfondimento sulla prassi esecutiva storica del repertorio violinistico dei secoli XVII–XIX, studiando con specialisti quali: Catherine Mackintosh, Monica Huggett, Nicolette Moonen e Peter Hanson a Londra e Anton Steck a Trossingen. Dal 1998, comincia un'ininterrotta collaborazione con il circuito “early music” europeo, che lo porta ad esibirsi nelle grandi sale da concerto di tutto il mondo. Ad oggi vanta numerose collaborazioni in Italia e all’estero con ensemble di rilievo. Suona con concertatori e solisti di chiara fama e ha preso parte alla realizzazione di più di settanta CD per le più note case discografiche. Ha partecipato ad importanti riscoperte discografiche del repertorio Sei-Settecentesco ricevendo pieni consensi dalla critica quali: Grammy Award, Diapason d' Or, Choc de la Musique, 10 Repertoire, Premio Fondazione Cini–Venezia, Premio Abbiati. Dall'anno accademico 2008/2009 è docente di Violino Barocco presso il Conservatorio “Bruno Maderna” di Cesena. Suona un violino Giorgio Tanningard, Roma 1739.

Biglietti da 6 a 10 euro acquistabili anche online sul circuito vivaticket. Per informazioni Tel. 0541-24152
Per ulteriori informazioni:  Istituzione Musica Teatro Eventi via Gambalunga 27 47900 Rimini  tel. 0541.704294 – 704293.
Ufficio Relazioni con il Pubblico Corso d’Augusto 158 47900 Rimini tel. 0541.704112
Ufficio stampa: Anna Barina cell. +39 349.7549303 annabarina@gmail.com

 

 
Di Redazione (del 11/08/2010 @ 08:16:35, in Cultura, linkato 208 volte)

 

“L’amante, Colei che ama” di Beatrice Benet, Rupe Mutevole Edizioni
Credo non ci sia un tempo giusto per cambiare la propria vita, credo invece che ci debba essere un tempo per prendere coscienza e ti dirò di più, sono fermamente convinta che sacrifici di questo tipo non portino a nulla, nessuno dirà mai grazie perché tutti sono stati comunque infelici.
“…tutti sono stati comunque infelici” ed è questa semplice constatazione che addolora maggiormente in “L’amante, Colei che ama”, libro edito nel 2009 dalla casa editrice Rupe Mutevole Edizioni nella collana “Trasfigurazioni”.
Nel 2007 l’autrice, Beatrice Benet, ha pubblicato una raccolta di quattro racconti al femminile “Più lontano del mare e del cielo”, nel 2009 per Einaudi un racconto dal titolo “Giulia” nel volume “Io mi ricordo”.

“L’amante, Colei che ama” si presenta come una lunga lettera, un De Profundis senza destinatario o meglio con un destinatario celato. Il nascondere è il fulcro di tutta la lettera, qualcuno nasconde, qualcuno esplicita.
Il libro consta di trentatré brevi capitoli, ogni capitolo è un’emozione, un istante, un groviglio di pensieri della giornata. La voce narrante è una donna, parla ai lettori come se davanti avesse il “lui” che devasta le sue ore. Lo stile si presenta famigliare, limpido, chiaro e preciso. L’intento è rendere partecipe il lettore di una parte della vita della protagonista, una parte di vita in bilico tra la vita e la morte, metaforicamente parlando.

Il “lui” è un uomo sposato con una figlia, il “lui” è l’uomo che non riesce a volare della dedica iniziale del libro, la “lei” è l’amante. Una situazione conosciuta da tempo, la nostra cultura ritiene la moglie come unica vittima e nessuno mai pensa all’altra donna, colei che “vuole rovinare una famiglia”.
“L’amante, Colei che ama” è un lungo viaggio nelle membra dell’altra donna, la donna nascosta che deve restare nascosta, la donna che crede nell’amore ma che non può esplicitarlo alla luce del sole, la donna delle ore in un motel, la donna che non sarà mai invitata a cena a Natale. La situazione dell’amante non è semplice come a prima vista può sembrare, se ovviamente l’amante è colei che ama.

Beatrice Benet fornisce al lettore i dati di una storia comune, un uomo sposato che non ama sua moglie ed una donna che ama profondamente un uomo sposato. La relazione è in disparità, lei è sola, lui ha una famiglia. È lui dunque a decidere gli orari, i giorni, le conversazioni. Lei non vuole, per troppo amore, in nessun modo infastidirlo ed aspetta, una lunga attesa ed una costante pazienza per i cambiamenti di umore di lui, per le sue continue palesate incertezze. Aspetta davanti al cellulare, aspetta davanti alla chat di Messenger. Alcuni capitoli de “L’amante, Colei che ama” riportano frammenti di conversazione fra i due amanti, le parole si perdono nella velocità del messaggio, del pensiero, nessun discorso ha termine ne inizio, è l’antagonismo di due debolezze diverse a privilegiare in momenti incostanti, ed è sempre lui ad aver l’ultima parola.

Ho difficoltà a credere che sia effettivamente quello che vuoi fare, perché non è possibile che non ti salga, improvviso, il desiderio di me, quel desiderio che ti obbliga almeno a darmi un segno della tua presenza.

Lei potrebbe cibarsi di uno “squillo”, un messaggio al telefonino, un’email, anche solo una semplice risposta di “buonanotte” ma è il silenzio che penetra nel loro rapporto, un silenzio rabbioso e senza etica, un silenzio che non potrà portare pace ma solamente disperazione.
L’amante, Colei che ama” è uno sguardo nella solitudine di una donna, nel sentimento amoroso che devasta e che non risparmia gli ostaggi.

Link utili per visitare il sito della casa editrice e per ordinare il libro:
http://www.rupemutevoleedizioni.com/  http://www.reteimprese.it/rupemutevoleedizioni  http://www.poesiaevita.com/

Alessia Mocci

 
Di Redazione (del 10/08/2010 @ 22:30:07, in Cultura, linkato 243 volte)

 

La terza opera in programma al XXXI° Rossini Opera Festival è La Cenerentola, messinscena tra le più applaudite della storia trentennale della manifestazione ideata da Luca Ronconi con le scene di Margherita Palli e i costumi di Carlo Diappi.

La terza opera in programma al XXXI° Rossini Opera Festival è La Cenerentola, una vetta della creatività rossiniana presentata in una esemplare lettura registica modellata sull’ambiguità di generi che mescolano inestricabilmente astrazione comica e realismo poetico, commozione sincera e favolistica eccentricità.
Messinscena tra le più applaudite della storia trentennale della manifestazione (memorabile l’aereo cambio scena, a vista, tra il primo e il secondo atto), ideata da Luca Ronconi con le scene di Margherita Palli e i costumi di Carlo Diappi, l’opera (che vinse il Premio Abbiati e il Premio Samaritani) sarà proposta all’Adriatic Arena l’11, il 14, il 17 e il 20 agosto alle 20. Il maestro canadese Yves Abel, direttore principale alla Deutsche Oper Berlin e affermato interprete rossiniano, dirigerà Orchestra e Coro del Comunale di Bologna; nella compagnia di canto interamente rinnovata e ricca di primizie specialisti del belcanto quali Lawrence Brownlee, Nicola Alaimo, Paolo Bordogna, Manon Strauss Evrard, Cristina Faus, Marianna Pizzolato e Alex Esposito. 

Adriatic Arena - 11, 14, 17 e 20 agosto 2010, ore 20.00
LA CENERENTOLA
Dramma giocoso in due atti di Giacomo Ferretti
Edizione critica della Fondazione Rossini, in collaborazione con Universal Music Publishing Ricordi, a cura di Alberto Zedda
Direttore YVES ABEL
Regia LUCA RONCONI
Regista collaboratore UGO TESSITORE
Scene MARGHERITA PALLI
Costumi CARLO DIAPPI
Progetto luci GUIDO LEVI
Interpreti
Don Ramiro LAWRENCE BROWNLEE
Dandini NICOLA ALAIMO
Don Magnifico PAOLO BORDOGNA
Clorinda MANON STRAUSS EVRARD
Tisbe CRISTINA FAUS
Angelina-Cenerentola MARIANNA PIZZOLATO
Alidoro ALEX ESPOSITO
ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA
Maestro del Coro PAOLO VERO

Informazioni :
Rossini Opera Festival Via Rossini, 24 - 61121 Pesaro (Italy) Tel. +39.0721.38001 Fax +39.0721.3800220 - E_mail rof@rossinioperafestival.it

 

 

Emily, Antonia, Sylvia: Sacerdotesse del Quotidiano”, edito nel 2005 presso la casa editrice Rupe Mutevole Edizioni nella collana “Saggi”, è una curata critica letteraria d’analisi sugli aspetti poetici di Emily Dickinson, Antonia Pozzi e Sylvia Plath.

L’autrice, Donatella Basili, è un esempio d’armonia tra la letteratura e la scienza, infatti è laureata in matematica ma da sempre, all’interno del suo animo, la presenza della vena poetica ha percosso le corde dei versi. Autrice di una raccolta di poesie “Ombre”, edita presso Rupe Mutevole, ha vinto numerosi concorsi letterari, fra i quali il primo premio di poesia “Ugo Carreca” nel 2000, e ha pubblicato numerosi racconti e saggi letterari in diverse riviste (“Resine”, “Thesis”, “L’iniziativa”).

Il saggio “Emily, Antonia, Sylvia: Sacerdotesse del Quotidiano” nasce dall’idea di trascendere il quotidiano e dal porsi come sacerdotessa del quotidiano, come recita il titolo dell’opera. Il trascendere il quotidiano vede come risultato ultimo la poesia, infatti si sconfina dal quotidiano trasformando quest’ultimo in versi. Donatella Basili, sin dall’infanzia si lascia trasportare dalla poesia e nota atteggiamenti di trascendenza in tre poetesse che sono sempre state avvolte da un velo di mistero e solitudine. L’autrice, così, analizza le tre diverse vite e stati sociali e culturali avvalendosi di meccanismi precisi di selezione delle tematiche riuscendo ad avvicinare tre donne, tre “io” lontani diacronicamente e diatopicamente.

Il saggio consta di un’introduzione e di tre capitoli denominati: “Emily Dickinson: l’io travestito”, “Antonia Pozzi: l’io fragile” e “Sylvia Plath: l’io schiacciato”.

L’autrice individua la poetessa americana Emily Dickinson (1830-1886) come fondatrice dell’Ordine del Quotidiano. La Dickinson vive la sua esistenza mascherando se stessa, si finge una suora, una donna timorata, cerca di ridurre al minimo i suoi contatti con gli esseri umani, mostra un’instancabile purezza anche nell’abbigliamento vestendosi quasi esclusivamente di bianco. La Dickinson è l’io travestito che vive con la costante paura del giudizio del prossimo e di essere considerata “cattiva”.
“La crescita dell’uomo - come quella della Natura/ gravita dentro -/ l’Atmosfera e il Sole la Confermano/ ma si muove - da sola -/ Ciascuno – il suo difficile Ideale/ deve raggiungere – da solo -/ attraverso l’eroismo solitario/ d’una Vita Silente -/ Lo sforzo – è l’unica condizione -/ pazienza con Se stessi -/ pazienza con le forze contrastanti -/ ed un preciso Credo -/ Stare a guardare – è il Ministero/ del suo Pubblico -/ Ma l’Operazione – non è assistita/ da Incoraggiamento alcuno -”
Questi versi, come nota la Basili, rappresentano il cammino poetico della Dickinson e la sensazione di sguardi incessanti alla quale era soggetta.

Il secondo capitolo è dedicato alla poetessa italiana Antonia Pozzi (1912-1938), un’anima che non viveva la sua vera essenza se non nella poesia. Infatti, solamente nella poesia la vera Antonia poteva fuoriuscire ed urlare il suo dolore di vita. Ciò che invece animava la poetessa durante le sue giornate era una seconda anima nata nell’infanzia che offuscava quella vera, più sensibile, più fragile desiderosa di amore.
“Oh, agghiacciarsi ancor più/ esser per gli occhi/ che dalle rive guardano/ solo una lastra lucente, dura -”.
“Io/ sotto l’abete/ in pace/ come una cosa della terra,/ come un ciuffo di eriche/ arso dal gelo.”
Un io fragile che aveva deciso di morire, troviamo infatti nei versi sopraccitati la scelta della morte per congelamento, avvenuta il 2 Dicembre del 1938.

La terza parte è destinata a Sylvia Plath (1932-1963), una delle poetesse che ha contribuito alla formazione del genere poetico: poesia confessionale. La poesia della Plath non era libera ma disturbata dalla sua nevrosi, in un istituto psichiatrico infatti le verrà diagnosticato un disturbo bipolare. L’io schiacciato dunque, una poesia che cade sia nell’annientamento sia nella rinascita ma che soccombe per la pressione dei suoi stessi fantasmi e, per questo si pensa alla Plath come poetessa horror. Una poesia che trasforma il quotidiano in puro orrore:
“Ed ella cominciò a sperare che morissi./ Allora poté coprire la mia bocca e gli occhi,/ coprirmi interamente,/ ed indossare la mia faccia dipinta come il sarcofago/ d’una mummia/ indossa il volto d’un faraone, anche se è fatto/ di fango e acqua.”

Link utili per visitare il sito della casa editrice e per ordinare “Emily, Antonia, Sylvia: Sacerdotesse del Quotidiano”:
http://www.rupemutevoleedizioni.com/ - http://www.reteimprese.it/rupemutevoleedizioni - http://www.poesiaevita.com/


Written by Alessia Mocci
 

 
Di Redazione (del 07/08/2010 @ 08:08:39, in Cultura, linkato 182 volte)

 

I FRATELLI VITTORIO E LORENZO GHIELMI ALLA SAGRA MUSICALE MALATESTIANA PER IL SECONDO APPUNTAMENTO DELLA RASSEGNA BWV BACH
Sabato 7 agosto alle 21.30 presso il Teatro degli Atti di Rimini andrà in scena il secondo degli appuntamenti del ciclo BWV Bach, nell’ambito della 61.ma Sagra Musicale Malatestiana. Protagonista il duo formato dai fratelli Ghielmi, Lorenzo al clavicembalo e Vittorio alla viola da gamba, che proporranno una rilettura di celebri pagine di Johann Sebastian Bach, il grande compositore a cui la rassegna è dedicata.

Ad aprire il concerto le Sonate in sol e re maggiore per viola da gamba e clavicembalo BWV 1027 e BWV 1028. Strutturate come Sonate da chiesa in quattro tempi (lento-veloce-lento-veloce), presentano i movimenti pari più estesi mentre gli altri sono brevi introduzioni o ponti che offrono al solista la possibilità di improvvisare fioriture e cadenze. Il cembalo non è solo di accompagnamento, ma diventa strumento concertante con la mano destra che realizza un’ulteriore linea melodica. La terza Sonata in programma, BWV 1029, è più vicina al modello formale del concerto. Molto probabile che per tutti e tre i lavori ci fosse una precedente variante per strumenti e tastiera, della prima Sonata esiste una versione autentica per due flauti e tastiera. L’interesse di J. S. Bach per la viola da gamba, strumento tastato a sei o sette corde riscoperto dal grande pubblico con il film Tutte le mattine del mondo di Alain Corneau dove Gerard Depardieu veste i panni del compositore Marin Marais, fu alimentato dalla presenza nell’orchestra della corte di Christian Ferdinand Abel, abile gambista legato da un forte vincolo di amicizia al Kantor di Lispia, e dal fatto che allo strumento si dedicava anche il giovane principe Leopold di Anhalt-Köthen. In programma anche il Concerto “in stile italiano” BWV 971 che metterà in luce la raffinata tecnica di Lorenzo Ghielmi al cembalo solo.

LORENZO GHIELMI
Lorenzo Ghielmi si dedica da anni allo studio e all'esecuzione della musica rinascimentale e barocca. Tiene concerti in tutta Europa, in Giappone e negli Stati Uniti, e numerose sono le sue registrazioni radiofoniche e discografiche. Le sue registrazioni di Bruhns, di Bach e i concerti di Handel per organo e orchestra sono state premiate con il “Diapason d’or”. Ha pubblicato un libro su Nicolaus Bruhns e studi sull'arte organaria e sull'interpretazione delle opere di Bach. Insegna organo, clavicembalo e musica d'insieme presso l'Accademia Internazionale della Musica di Milano. Dal 2006 gli è stata affidata la cattedra d'organo presso la Schola Cantorum di Basilea. È organista titolare dell'organo Ahrend della Basilica milanese di S.Simpliciano. Dirige l’ensemble strumentale “La Divina Armonia”.

VITTORIO GHIELMI
Nato Milano, si è distinto sin da giovanissimo per l'intensità della sua interpretazione musicale e per la novità del suo approccio alla viola da gamba. Vincitore del Concorso Internazionale Romanini di Brescia (1995) ha ricevuto nel 1997 The Erwin Bodky Award (Cambridge, Massachussets), riservato al miglior giovane musicista. Ha compiuto i suoi studi sotto la guida di Roberto Gini, Wieland Kuijken, Christophe Coin e si è laureato in filologia italiana all’Università Cattolica di Milano. Come solista e direttore si esibisce nelle più prestigiose sale del mondo con importanti orchestre o in recital in duo con Lorenzo Ghielmi o Luca Pianca. Ha collaborato con artisti come Gustav Leonhardt (duo), Cecilia Bartoli, Andràs Schiff, Viktoria Mullova, Giuliano Carmignola, Cristophe Coin, Mario Brunello e molti altri. L’ensemble dal lui diretto, “Il Suonar Parlante”, si dedica all'investigazione del repertorio antico, ma anche alla creazione di nuovi progetti: ha collaborato con jazzisti come Kenny Wheeler, Uri Caine, Jim Black, Don Byron, Markus Stockhausen, Ernst Rejiseger, cantautori come Vinicio Capossela. Titolare della cattedra di viola da gamba al conservatorio Luca Marenzio di Brescia, ha tenuto corsi e conferenze in tutto il mondo.


Per ulteriori informazioni:
Istituzione Musica Teatro Eventi via Gambalunga 27 47900 Rimini tel. 0541.704294 – 704293.
Ufficio Relazioni con il Pubblico Corso d’Augusto 158 47900 Rimini tel. 0541.704112

Ufficio stampa: Anna Barina  cell. +39 349.7549303  annabarina@gmail.com

 
Di Redazione (del 02/08/2010 @ 23:20:20, in Cultura, linkato 168 volte)

 

(Fonte notizia Portalemarche.eu)
“Dialogo” Sulle orme di Li Madou (Edizioni Ephemeria, Macerata 2010) con quest’opera di liriche ed acquerelli il poeta (professore di filosofia) Gian Mario Maulo, e il noto artista di Urbino trapiantato a Macerata Carlo Iacomucci hanno reso omaggio al loro illustre concittadino Padre Matteo Ricci (Li Madou in cinese) a 400 anni dalla morte avvenuta a Pechino l’11 maggio 1610.
Il libro artistico, in elegante edizione curata dall’architetto Andreani, composto di 82 poesie distinte in tre sezioni (Pellegrino,Tendo le mani, Prima luce), costituisce un viaggio esistenziale sui temi comuni all’umanesimo cristiano e alla religiosità orientale: vita-morte, persona-natura, uomo-cosmo, parola-silenzio di Dio, Uno-Tutto, Alfa-Omega del mondo e della storia, immanenza-trascendenza...
La sequenza delle 16 immagini circa di Iacomucci, aperta dal mappamondo ricciano in copertina , segue, invece, il percorso di P. Matteo Ricci dalla terra natale ai luoghi simbolo e ai personaggi della cultura cinese.

La prefazione del vicedirettore dell’Osservatore Romano Carlo Di Cicco delinea il viaggio sapienziale tracciato dai testi, mentre lo storico dell’arte Stefano Papetti sottolinea il segno originale delle immagini istoriate di ideogrammi (Il segno di Iacomucci per Matteo Ricci).
L’opera, che ha il patrocinio della Regione Marche, della Provincia e del Comune di Macerata, del Comitato per il IV centenario di Padre Matteo Ricci ed è sponsorizzata da aziende locali. Il libro è stato presentato a maggio in una Conferenza Stampa dell’Ufficio Stampa della Regione Marche, il 16 maggio al Salone del Libro di Torino, il 21 maggio in una Serata Li Madou presso il Teatro Don Bosco di Macerata e trasmessa anche via web.
L’opera ha avuto già parecchi riscontri positivi in brevi recensioni sui giornali e on line ed ha ricevuto il plauso anche di autorità internazionali come l’Ambasciatore Italiano in Cina, l’Istituto Italiano di Cultura di Shanghai, il portavoce dell’Onu in Afghanistan per la stampa contingente italiano ecc.....
Per contatti andreani@ephemeria.it (editore) - Macerata- Agosto 2010 - La Press-R
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“Dialogo” Sulle orme di Li Madou (Edizioni Ephemeria, Macerata 2010) con quest’opera di liriche ed acquerelli il poeta (professore di filosofia) Gian Mario Maulo, e il noto artista di Urbino trapiantato a Macerata Carlo Iacomucci hanno reso omaggio al loro illustre concittadino Padre Matteo Ricci (Li Madou in cinese) a 400 anni dalla morte avvenuta a Pechino l’11 maggio 1610.
Il libro artistico, in elegante edizione curata dall’architetto Andreani, composto di 82 poesie distinte in tre sezioni (Pellegrino,Tendo le mani, Prima luce), costituisce un viaggio esistenziale sui temi comuni all’umanesimo cristiano e alla religiosità orientale: vita-morte, persona-natura, uomo-cosmo, parola-silenzio di Dio, Uno-Tutto, Alfa-Omega del mondo e della storia, immanenza-trascendenza...
La sequenza delle 16 immagini circa di Iacomucci, aperta dal mappamondo ricciano in copertina , segue, invece, il percorso di P. Matteo Ricci dalla terra natale ai luoghi simbolo e ai personaggi della cultura cinese.

Il segno di Iacomucci per Matteo Ricci
Sfruttando le doti mnemotecniche apprese durante l’alunnato romano presso i Gesuiti, padre Matteo Ricci stupì i sapienti cinesi dimostrando loro di conoscere quattrocento ideogrammi, gli stessi che Carlo Iacomucci fa volteggiare nei cieli delle sedici tavole che ha realizzato per accompagnare le poesie di Gian Mario Maulo.
Le immagini concepite dal pittore maceratese, più che un convenzionale omaggio a Matteo Ricci nel periodo in cui ricorrono i quattrocento anni dalla sua morte, costituiscono il diario di un viaggio che da Macerata ci conduce sino in Cina, nella Città Proibita, dove il gesuita marchigiano ebbe solenne sepoltura.
I cieli della fantasia dipinti da Iacomucci sono solcati da ideogrammi e da goccie di pioggia che sovrastano i luoghi dell’antica città che Matteo Ricci frequentò da ragazzo ma, nel segno di una continuità grafica e geografica che attraversa mari e continenti lontani, ritroviamo i medesimi simboli anche nei cieli d’Oriente, a sottolineare il ruolo di mediatore culturale svolto dal sacerdote maceratese.
Il segno di Iacomucci, nella sua nitida e rigorosa chiarezza, soddisfa bene la volontà didascalica che presiede questa iniziativa culturale: l’eleganza dei maestri orientali, che tanta ammirazione suscitò nei pittori europei del XIX secolo, si rispecchia negli acquarelli dell’artista, richiamandone certi raffinati preziosismi grafico-pittorici.
Questo stile che fonde la rarefatta semplicità dell’arte orientale con le capacità descrittive di quella occidentale, si attaglia bene ad esaltare i temi di carattere interculturale rappresentati da Carlo Iacomucci e può ben accompagnare i contenuti del trattato “Sull’amicizia”, il volume di Matteo Ricci che tanti consensi gli valse presso l’intellighenzia cinese.
Con le parole del gesuita marchigiano si potrebbe dunque dire “Se nel mondo non vi fosse l’amicizia, non vi sarebbe gioia”, la gioia di esistere che traspare anche nelle creazioni di Iacomucci.
Stefano Papetti (storico dell’Arte) Italy

 

 

(fonte notizia www.portalemarche.eu)

LE MERAVIGLIE DEL BAROCCO NELLE MARCHE

Bernini, Guercino Pomarancio, ed ancora Orazio Gentileschi, Valentin de Boulogne, Baciccio, Carlo Maratti... insomma il gotha dell'arte italiana del Seicento riunito per la mostra a cura di Vittorio Sgarbi che torna a far parlare di San Severino Marche come tappa clou nel circuito dei grandi artisti del Seicento.
La mostra appare dunque una occasione unica per conoscere capolavori ignoti del Seicento straordinariamente suggestivi protagonisti di una complessa e variegata stagione del barocco nelle Marche, ma anche per visitare luoghi indimenticabili, nei quali il tempo sembra essersi fermato senza recare violenza ad una civiltà fatta di armonia.
 

Tra i capolavori in mostra a San Severino Marche dal 25 luglio al 12 dicembre 2010 (Palazzo Servanzi Confidati, Pinacoteca Civica, chiesa della Misericordia) figurano anche opere dei Musei Civici di Palazzo Buonaccorsi.
- Andrea Boscoli, Madonna della cintola con San Lorenzo, San Tommaso e San Francesco, 1604, olio su tela
- Alessandro Turchi detto l'Orbetto, San Pietro visita Sant'Agata in carcere, XVII secolo, olio su pietra di paragone
- Ignoto, Cristo alla Colonna, XVII secolo, olio su tela
- Maestro dell'incredulità di San Tommaso (attribuito a), Negazione di San Pietro, XVII secolo, olio su tela

 
Di Redazione (del 20/07/2010 @ 21:53:56, in Cultura, linkato 213 volte)

 

“I vestiti bagnati/ esaltano il senso del corpo,/ l’eleganza dell’acqua/ li affida
lentamente alla totalità./ Nuda e minuscola/ resta l’impressione/ di chi giudica
pudore, perfino peccato/ forme e gesti innati.” “Incanto
Il tocco dell’acqua, lo stilìo della goccia nelle vesti e sul corpo nudo, un’immagine di pace e tranquillità di spirito senza il dogma restrittivo dell’occidente, del nostro pudore che rende inaccettabile il diverso, la cultura altra. Una sensazione che noi non possiamo percepire a causa della nostra velocità di vita, delle nostre nevrosi e della profonda infelicità che caratterizza la cultura dell’ovest, pregna di contraddizioni e di reale benessere di vita per ogni cittadino.
Antonella Zagaroli, autrice del libro “Quadernetto Dalìt” edito presso la casa editrice Rupe Mutevole Edizioni nella collana “Atlantide”, è riuscita a portarci immagini dell’India che ha conosciuto ed amato attraverso le sue parole.
“Quadernetto Dalìt” consta di una splendida introduzione scritta dall’autrice stessa e di una serie di poesie corredate di note esplicative del tempo, luogo e situazione del ricordo rievocato dai versi. Antonella Zagaroli ha cercato di rendere vivo il suo viaggio e la sua esperienza in modo da sensibilizzare l’opinione pubblica occidentale verso l’oriente e nel caso più specifico verso l’India.
Il libro è dedicato “a tutte le donne e gli uomini che vivono invisibili e silenziosi”.
Con questa dedica l’autrice ha intrapreso un discorso umano ed etico che scivola attraverso le differenze culturali e linguistiche. L’autrice si rivolge alla maggioranza della popolazione mondiale con un messaggio altruistico e benevolo.
Il titolo del libro riprende il nome “dalìt”, coloro che all’interno del sistema delle caste indiane occupa la posizione più bassa, ovvero 160 milioni di persone. Sembra che oggi non abbia più senso parlare di casta ma non è così, le caste esistevano ed esistono in India e nel resto del mondo anche se non hanno la denominazione.
Tempo fa erano i “kshatriya” (il re e i guerrieri), i “brahmani” (sacerdoti), i “vaishya” (agricoltori e mercanti), i “shudra” (servi), e “gli intoccabili”, “i dalìt”.
L’autrice esplicita palesemente il suo punto di vista su quest’emarginazione presente e somma anche altri gravosi problemi esistenti come il “femminicidio”, il velo, l’alfabetizzazione, la violenza, l’abbandono dei minori. Parole pensanti di critica verso i governi e verso la piccola percentuale che decide nel Mondo, ma Antonella ha il coraggio di prendere atto dei propri pensieri e di inserirli in un contesto italiano che non si ferma a riflettere sulla bellezza della diversità e sul bisogno di naturale accoglienza.
“Desidererei però che queste poche impressioni, insieme ai versi e alle notazioni che seguono, non vengano lette esclusivamente come suggestioni di un viaggio ma anche come brevi occhiate oltre l’evidenza”.
Il poetare dell’autrice è semplice ma forgiato con cura, ogni parola è stata scelta per trasmettere al lettore un’immagine precisa, un odore, un colore, un volto.
“La vacanza nel paradiso immaginato/ esclude l’interno delle capanne./ Pochi secondi di vita/ piedi terrosi/ una camera per tutta la famiglia/ acqua e luce per pochi./ Vera gioia è tornare/ nella trafficata artificiosità!” “Il turista”
Lascio link utili per visitare il sito della casa editrice e per ordinare il libro:
http://www.rupemutevoleedizioni.com/
http://www.reteimprese.it/rupemutevoleedizioni
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L’articolo è stato pubblicato in originale sul sito web Mondo Raro:
http://cultura.mondoraro.org/2010/07/20/%E2%80%9Cquadernetto-dalit%E2%80%9D-di-antonella-zagaroli-rupe-mutevole-edizioni/

Written by Alessia Mocci
 

 
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